ma lasciala andare come va come deve andare

La nostra casetta si sta autodistruggendo.
C’è un infiltrazione, causata da non si sa cosa che fa si che sui nostri fornelli, tramite la cappa, piova acqua a secchiate. Sono venuti a fare i lavori un paio di volte e il risultato è stato che mercoledì scorso sono rientrata a casa e ho trovato un particolare scintillio natalizio: stava andando tutto  in corto circuito. La luce sopra i fornelli si accendeva da sola e c’era un inquietante zZzZzZ di sottofondo. E dire che quella doveva essere la mia sera di singletudine beata che dovevo trascorrere smangiucchiando  patatine, sfornando di biscotti e rilassandomi con un bel gommage…ma questa è un’altra storia.
Santo subito il mio babbo che mi ha salvata, staccando i fili di quelli che erano ormai interruttori fumanti e quasi bruciati.
Oggi poi è sorto un nuovo guasto: dallo sciacquone non esce acqua.
Così, improvvisamente.
A parte la rottura inevitabile del vivere in tale tugurio mi viene tanto da dire: -“Ma sìì, chi se ne frega… Che andasse tutto alla malora, tanto non è casa nostra!”
Sarò scema, ma da quando due settimane fa, ho ripreso una vita “normale” me ne frego continuamente di tutto e non è un modo di prendere le cose con filosofia, è pigrizia.
Non ho voglia di arrabbiarmi, non ho voglia di sobbarcarmi impegni o responsabilità che farebbero di me una super, non ho voglia di spacciarmi a tutti costi come quella unica ed insostituibile come era mio solito fare.
Ho riacquistato la misura umana di me e mi ci cullo.
Intanto fra un guasto e l’altro la nostra minuscola e sgarrupata casetta ha preso le vesti natalizie. Mancano solo i regali sotto l’albero…
Quest’anno per la prima volta in vita mia mi riduco non all’ultimo, ma all’ultimissimo.
Nel week end mi aspetta un tour de force allucinante.
Che la forza sia con me!

Ho sassi nelle scarpe e polvere sul cuore, freddo nel sole e non bastan le parole

Bentornata, come stai?, abbracci, come è andata?, baci… ecco, questo più o meno è il sunto delle interazioni sociali delle ultime giornate.
Per carità fa piacere…, ma anche no.
Mi spiego . Giorni fa quando, il dì del ritorno si avvicinava, la mia più grande preoccupazione era “Ce la farò a reggere i ritmi da pallina matta?” subito seguita da “Oddio! Mi spareranno il faro occhio di bue addosso e inizieranno a chiedermi cose, a baciarmi ed abbracciarmi.”
Che problema c’è? – direte voi.
All’epoca non lo sapevo di preciso. Avvertivo solo una certa sensazione di imbarazzo all’idea, ma poi ho capito.
Se mi chiedi come sto, ora che mi hanno operata e manco da lavoro da quasi due mesi, a me si riempiono gli occhi di lacrime e mi si spezza la voce in gola mentre ti rispondo.
(Lo so lo so, io c’ho qualche problema, parecchi probabilmente)
Le prime volte che mi è successo mi sono sentita tradita. Quella me che di tanto scalpita e  sgattaiola fuori così come le pare, me l’aveva rifatta! Le volte successive ho cercata di tenerla un pò più a bada ma con scarsi risultati, fino a che ho preso coraggio e mi sono voluta chiedere perchè.
Voglio dire… tutte le sedute di psicoterapia fatte, le vogliamo far fruttare un pò?
Vogliamo usare quei pochi strumenti appresi?
Inzialmente non ho trovato spiegazioni. Pensandoci, visualizzavo proprio il nulla e visto il palese meccanismo di difesa mi sono lasciata perdere. Certo che però se scavi dentro te e lo fai con piena intenzionalità e ti dai tempo, prima o poi salta fuori quel che cerchi.
La risposta si è materializzata davanti ai miei occhi così dal nulla, più velocemente di quello che avrei creduto.
Oggi la mia pazza fisioterapista (donna dai metodi alternativi ma con un cuore grande grande) non c’era. Al suo posto mi hanno appioppato la vecchia regina madre del reparto: la strega cattiva in persona. La signora mi ha fatto fare gli esercizi e ha descritto in maniera c(l)inica il mio stato attuale,ha detto che la mia schiena e così e colì, ecc. ecc. … Ha detto anche cose positive, devo ammetterlo, ma a me nella testa rimbobano solo quelle negative… e uscita dall’ospedale ho avuto l’illuminazione.
Mi sento fallata. Sì proprio così: fallata, non mi viene termine migliore per descriverlo. Parlare dell’intervento di come sto o come non sto me lo ricorda. Sono fallata e non importa se con l’intervento mi hanno aggiustata, io ero fallata. E resto fallata perchè mi hanno dovuta aggiustare e a testimonianza di questo fatto adesso c’è anche quella meravigliosa cicatrice che mi trovo sopra il sedere.
Non si direbbe, ma dietro questa faccetta dolce e sorridente si nasconde una lei spietata e crudele con se stessa, che non si perdona nulla, che non ne lascia passare una, ma anzi se può rincara la dose…
Ecco ve l’ho detto. Sono una matta dalle personalità multiple.

… mi coccolo e mi struggo con questa.