Memories #1

15 gennaio 2016

UN’ALTRA VITA

L’unica cosa che mette tutto in standby sono le emozioni forti, quelle che ti fanno sentire il cuore in gola, quelle che esplodono al solo pensiero di aver scoperto e  visto che nella tua pancia c’è un palloncino con dentro un puntino che pulsa  come una piccola lucina.

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Mattina libera, mattina pensierosa

Al di là di tutto

puoi permetterti di non lavorare
solo se hai la vita libera
da ingombranti e famelici buchi neri

quell’insensata voglia di equilibrio

Ci siamo!
Il sole è tornato.
Le spiaggie iniziano ad affollarsi.
La scuola è finita…
E’ arrivata. L’estate è già qui.

Svariati mojito homemade, due mezze giornate di mare, una leggerissima abbronzatura sulla pelle, concerti e belle manifestazioni in arrivo…
Fosse che non dovessi arrancare per conciliare orari e impegni  per arrivare in maniera dignitosa a fine stagione, potrei dire di essere felice.
Fosse che tutto questo cercare di arrangiarmi non mi creasse un mare di grovigli in testa, potrei dire che finalmente è arrivata la mia amata stagione.
… ma forse l’estate come il giorno del proprio compleanno, come il natale… : una volta diventati “grandi” perde il suo vecchio lieve, magico sapore.

Chi galleggia gode

Periodo di giornate calde, con la gente che si sbraca al sole e la benedetta prova costume che si fa minacciosamente sempre più vicina.
Un’aria e un sole caldi da non crederci  intervallati da cieli grigi, piogge cariche di polvere color arancio e quel sole che infame si fa vedere forte e  prepotente a fine giornata, disegnando nel cielo i suoi colori più belli.
Il lavoro, l’unica preoccupazione. Come non ci fosse altro nella vita.
I vecchi ritmi che ritornano come fantasmi dal passato con le loro solitudini, le  feste non festeggiate, le domeniche non godute, le incertezze sicure e le attese.
Galleggio.
Certo, sarebbe molto più bello nuotare.

Whatever will be, will be…

Sin da quando il mio cervellino ha iniziato a macinare dubbi esistenziali, ho sempre cercato delle piccole convinzioni per risolvere la faccenda in modo rapido ed indolore. Dei piccoli mantra da ripetermi in
maniera ossessiva nelle giornate in cui a forza di macinare, le rotelle del mio cervello si surriscaldavano.
Uno di questi è sempre stato: “…tanto prima o poi tutti trovano la propria strada“, insomma una frase per tranquillizzarmi e convincermi che il meglio deve ancora venire (cit.) .
Questa idea, diventata a volte una piccola boa a cui aggrapparsi, la vedo sbriciolare sotto le mie mani.Ha perso il suo potere rassicurante e ha aperto nuovi dilemmi.
L’aria che tira di certo non aiuta: la crisi, il lavoro che c’è e il giorno dopo non c’è più, i prezzi di qualsiasi cosa che si alzano continuamente… Sicurezza è una parola che rischia di essere catalogata fra quelle definite desuete.
A questo punto quale strada ci dovrebbe essere? Non è che negli anni passati c’è chi ne ha arraffate più di una, lasciandoci di fronte ad un bivio con scelta obbligata?
Ma sopratutto: se io non volendo, avessi già imboccato la mia? Se già avessi superato quel momento di svolta con cui ha inizio ogni percorso, senza accorgermene?
Se io desiderassi altro o qualcosina di più?

L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re

Gli ultimi sei mesi sono stati abbastanza raccapriccianti.
Ho lavorato, sopportato dolori inenarrabili e  fatto conoscenza con tanti medici e  terapisti, nella speranza che almeno uno di loro potesse diventare il mio salvatore. Tutto qua.
Durante l’estate sono uscita qualcosa come tre volte. In una di queste, un concerto gratis dei Subsonica, per via del dolore e del caldo micidiale sono quasi collassata, accasciandomi su uno scalino come la peggiore delle ubriacone.
Non sono mai stata in quella spiaggetta che adoro, a cui si arriva tramite un sentiero allucinante quanto lo è il luogo  a cui ti conduce, per la sua bellezza.
Ho dovuto rinunciare alla mega fiera annuale della mia città, che ormai ci sono solo venditori ambulanti cinesi, ma io ci vado lo stesso perché non si puó non andare.
Mi sono trovata più volte a parlare con amici e parenti proponendo cose da fare, salvo poi ricordare la scarsa autonomia nel camminare e rimangiarmi tutto.
È stato tutto avvilente, molto avvilente. La mazzata finale è stata sentirsi dire :”C’è un deficit motorio”. Per chi lavora con chi purtroppo di deficit ne ha spesso tanti, vi assicuro che è un pò come veder concretizzare il peggiore dei propri incubi.
Per fortuna ora tutto questo è solo il passato e io straripo di voglia di fare, anche per prendermi un pò la rivincita sul tempo perso.
Sono mesi che sogno un viaggio. Uno di quelli che io amo di più in assoluto (tipo questo). Uno di quelli in cui la città che ti ospita, te la godi a pieno camminando e camminando per le sue strade, girando per i suoi vicoli più nascosti e più “veri”, riempiendoti gli occhi di lei, dalla stessa prospettiva di chi la vive ogni giorno.