Happy new year

Un anno fa eri un piccolo semino che iniziava a germogliare nella mia pancia. Nessuno sapeva di te, solo la mamma sperava in te intensissimamente forte.

Un anno fa era capodanno e mamma si sentiva raggiante. Il passaggio dal 15 al 16 aveva il sapore di qualcosa di positivo e promettente, emanava ottimismo. La mamma deve proprio avere le antenne…aveva sentito davvero bene.

Un anno fa a quest’ora mamma si perdeva fra la gente di una città non sua, con addosso la rabbia e la delusione cocente che solo una piccola macchietta rossa può dare.

Eri tu piccolo splendore mio che ti annunciavi e salutavi per la prima volta, eri tu che spalancavi le porte di quello che sarebbe stato l’anno più bello della mia vita.

Ora sei qui, concreta più che mai, sei l’amore che vive sotto le spoglie di una bimba buona, gioiosa e sorridente.

Questo capodanno non è stato così grandioso come ci meritavamo forse, non per causa tua, che sei la neonata più adorabile sulla terra, ma sono sicura che recupereremo.

Di capodanni ne verranno ancora tanti e conserveranno sempre per mamma qualcosa di magico che sa di te.

Ti auguro ogni bene stellina mia per questo nuovo anno in cui ti aspettano tante piccole grandi conquiste, tante grandi belle scoperte, in questo anno in cui avremo la gioia di vivere tante tue prime volte.

Buon duemiladiciassette vita mia

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vorrei tornare indietro nella mia casa d’origine, dove vivevo prima di arrivare qui sulla Terra

Direzione CittàdellaSalvezza, la città dei miei santi medici salvatori. La macchina corre in autostrada e parte a caso una canzone alla radio…
…saltano fuori ricordi,pensieri e racconti di quel che fu.
Così nascono queste righe.

Sono “nata” e cresciuta in campagna, in una casa colonica coi mattoni rossi a vista, un grande prato, tanti alberi, molti animali, campi coltivati e colline intorno.
Fino pochi anni fa ho vissuto nel colore scandito dalle stagioni, fra campi dorati di grano macchiati di papaveri rossi, terreni arati e brulli, tappeti di foglie colorate, alberi decorati da frutti, distese di verde, prati e campi brinati dal freddo, cespugli fioriti e profumati…
Non ho memoria di un periodo in cui non avessi la compagnia di qualche animaletto, che fossero gatti, cani o conigli.
Da piccola odiavo il posto in cui vivevo. Tutti i miei compagni di scuola avevano piazzette e vie in cui incontrarsi e giocare, io invece ero là, costretta a vivere in campagna, in un posto vicino al centro abitato, ma non abbastanza per le distanze percorribili da una bambina.
I miei giochi erano spesso in solitaria. Scorrazzavo con la bici e per molto tempo ho ignorato volutamente la presenza dei freni, perchè a me piaceva di più fermarmi consumando la suola delle scarpe. Giocavo col pallone contro il muro (facendo ben attenzione ad occultare i fiori di mia madre che inevitabilmente rompevo), mi arrampicavo sull’albero delle albicocche dove mi accomodavo in una capannina del tutto o quasi fittizzia. Inutile dirlo, avevo sempre le ginocchia sbucciate.  In giardino c’era una casetta tutta colorata fatta di legno, con le tendine alle finestre, le mensole sulle pareti e in cui, udite udite c’era  un rubinettino da cui usciva davvero l’acqua. L’aveva costruita il mio babbo e lì  insieme a pentolini e vari servizi da tè realizzavo i più fantasiosi intrugli rubando nella dispensa quanto necessario.
Nella via in cui vivevo in realtà c’erano altri bambini, ma avevano madri del tipo “Non ti sporcare! Stai attento che ti fai male! Non fare questo… non fare quello…!” e  stavano più che altro rintanati in casa.
Un giorno poi, un nonnino della zona decise di ospitare la nipote fresca di separazione e con figlie al seguito.

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